Cosa ho imparato al the floating piers

Il 2  luglio ho visitato il The floating piers perché avevo una macchina a disposizione e perché erano gli ultimi giorni prima che venisse smontato definitivamente.
Tornato a Milano stavo scrivendo uno status su facebook che poi si è rivelato troppo lungo e quindi ho pensato di scrivere qui per non disturbare, con il segreto intento di attrarre tutti con tecniche di click baiting (attualmente le mie preferite sono: “è incredibile quello che ho visto al lato di iseo, CLICCA QUI” oppure “ecco alcune foto dell’ultima opera di Christo, la numero 6 non è un fotomontaggio!” oppure ancora, per seguire le mode “I media non te lo dicono, ma al floating piers succede che…CLICKA CUI!1!!!1”).
Fatto sta che mi ritrovo a scrivere dopo meno di una settimana, in un periodo in cui riesco a far passare mesi senza scrivere una riga.
OK, parte in cui mi lamento che non ho trovo tempo per scrivere inserita, possiamo iniziare a trascrivere lo status, che ovviamente sarà un po’ più lungo rispetto a quello che stavo per scrivere sui social network:
1) Anche in Lombardia ci sono dei posti da vedere
Resistendo alla tentazione di non andare in un posto perché ci vanno tutti (strategia hipster adottata con discreto successo durante l’Expo), ho scoperto un posto meraviglioso. Vicino all’acqua, anche se in questo caso si trattava di una zona lacustre, si sta esageratamente meglio. Ne prendo atto e soprattutto nota.
2) I vecchi, pardon…gli anziani sono al passo coi tempi
Troppi, ma davvero troppi anziani a farsi le pose davanti al telefonino, alcuni di loro anche con l’apposito bastone: può salvarci solo l’olocausto nucleare, noi siamo pronti
3) Christo ha concepito una metafora della vita
Al di là dell’evidente piacere di camminare in mezzo a un lago come su una prua di una barca, circondato da un panorama vergognosamente bello offerto da una prospettiva possibile prima di allora solo per l’appunto da un’imbarcazione, l’artista bulgaro secondo me ha progettato l’opera in senso lato.
Non si è occupato infatti solo del tragitto della passerella o del materiale e del colore del rivestimento, ma anche e soprattutto del far confluire quasi un milione di persone, in quindici giorni, in un paesino minuscolo. Con tutto il caos che ne deriva (non me la sento fino in fondo di accollarla alla disorganizzazione, c’era semplicemente troppa gente).
Per me il the floating piers è una metafora della vita e, consulenzialmente, lo spiegherò nell’elenco puntato che segue. Vi accorgerete che dopo ogni punto dell’elenco è possibile aggiungere le tre parole “1come 2nella 3vita” con lo stesso automatismo con cui le anziane salmodiano Ora pro nobis dopo il nome di ogni Santo del rosario (e adesso che l’ho detto, sarebbe bello che questo accadesse anche con la stessa melodia):
– c’è una quantità spropositata di gente che vuole fare la stessa cosa
– in proporzione c’è poco spazio
– C’è fila, tanta fila. E confusione, ma tanta confusione
– Per motivi diversi, ma sostanzialmente per non avere rotture di cazzo, la gente addetta all’ordine tenderà a farti desistere adducendo alle motivazioni più varie: ci sono code di ore, il tempo fa cagare, non è garantito l’accesso, non è così bello e via discorrendo
-qualcuno molla
– con quella che molti chiamerebbero determinazione, pervicacia o caparbietà ma che in realtà è una testa dura quanto e più della pietra lavica, tu te ne fotti e tiri dritto, aspetti con calma che la fila scorra, non molli e né vai via
– riesci e ti accorgi che ne valeva la pena eccome
Sono epifanie che solo un Christo poteva darti?
No, credo proprio di no, ma ogni tanto un ripasso dei fondamentali fa bene.
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Lodi, TVB?

Sono ormai sette i mesi che ho trascorso a Milano e non gli ho dedicato nemmeno due righe.
Si sarà capito che il mio incipit è ufficialmente diventato non ho trovo più il tempo per scrivere, ma in questo caso il paragone con i verbosi diari portoghesi e con i frequenti pavesini (per non parlare della frequenza con cui riuscivo a scrivere quando vivevo giù) non riguarda solo il mio rapporto con i caratteri neri ma abbraccia altri argomenti che spero di toccare oggi.

La prima e più importante ragione risiede in un concorso di colpa tra l’età e lo stile di vita: passare cinque giorni su sette, otto ore al giorno (sì, mi piacerebbe…facciamo qualcuna in più) davanti a un pc, di certo mi scoraggia un po’ dall’aprire un file word senza una ragione valida (in consulenza task) infatti per buttare giù la prima bozza di questo intervento ho dovuto fare ritorno al metodo analogico (leggi Carta e penna).
Da un punto di vista storico mi trovo in una fase diversa: passato il rush esami-erasmus-tesinunmese-laurea-ricerca del lavoro e le mille peripezie tra cui mi barcamenavo sentendomi perennemente in transizione, adesso è tutto un po’ più regolare. Il che mi porta a vedermi sfuggire di mano un mese o un intero trimestre senza avere qualcosa di interessante da raccontare.
Non credo che questo sia il mio habitat naturale: ogni volta che chiudo uno zaino o vado all’aeroporto il mio sangue zingaro comincia a riattivarsi, ma per ora è così. I cambiamenti sono sempre il mio cruccio principale, ma tutto per ora va ad una velocità diversa e forse di stabilità e di routine ne avevo bisogno per rifiatare.

Un altro dei fattori principali è che io con questa città non ho ancora legato tanto e forse non lo farò mai, a pelle la cosa non sembra funzionare.
Quando qui venivo saltuariamente per i colloqui e nei primi tempi da pendolare, riuscivo a guardare le persone che brulicavano nella metro e per le strade e a vederle come zelanti formiche; adesso invece so di essere una di loro, anche se ancora non mi riconosco.
Sotto casa mia c’è una strada molto larga, in realtà sono due semafori per un unico attraversamento, entrambi tarati sul passo frettoloso dei milanesi, nel senso che puoi attraversarli solo correndo. Io non solo non riesco mai ad attraversarli in una volta sola, ma ogni mattina, mentre aspetto che scatti il secondo verde nella pista ciclabile tra le due corsie, mi chiedo: ma dove andrà la gente di così importante? Che ci sarà da essere sempre così di fretta?
Nel mio immaginario la fretta deriva da un’errata pianificazione, o da un imprevisto che ti sposta la suddetta pianificazione: quindi la gente qui o è sempre sfortunata o non si sa proprio organizzare. A volte mi sorprendo a spazientirmi per qualcuno che cammina piano, ma continuo ad ignorarne il motivo.
La frenesia milanese non è quella di chi corre verso una persona che non abbraccia da tanto tempo o che corre verso qualcosa di cui ha bisogno; non è nemmeno la fretta seria efficiente di chi ha qualche impegno importante e si adatta alla meno peggio a cause di forza maggiore.
La frenesia di Milano è fine a sé stessa.
Forse molti non saranno disposti ad ammetterlo ma credo che la maggior parte di loro preferisca continuare a correre senza chiedersi il perché. Le risposte potrebbero non piacere e, peggio, l’assenza di una vera e propria risposta potrebbe essere difficile da gestire.

Eppure non posso dire che sia un brutto posto dove vivere.
La città è molto più bella dello stereotipo “c’è solo il duomo e poco altro”, mantenuto in vita da persone che da qui sono solo passate. In realtà è una città gigantesca, dalle mille anime diverse, sempre viva.
Mi piace il fatto che, non conoscendola ancora bene, posso sentirmi un turista quando voglio e così anestetizzare le mie crisi di astinenza da viaggiatore. È grande, più impersonale e meno familiare. Hai la possibilità di conoscere gente e posti nuovi senza soluzione di continuità, ma ovviamente andare più a fondo diventa molto più difficile.

A lavoro, quando prepariamo una presentazione, un .ppt, che già di per sé viene realizzato per fare sintesi, spesso conviene iniziare con un executive summary, ovvero una sola slide dove concentrare tutto il contenuto. Serve a chi non ha tempo di leggere tutta la presentazione, o perché non era fisicamente presente al meeting o perché di ppt ne mastica a decine. Allo stesso modo con la gente nuova ognuno si prepara un executive summary sulla propria storia e di norma non va molto oltre quella slide nella presentazione di sé, solitamente si chiedono e si raccontano sempre le stesse cose e difficilmente ci sarà un follow up (pardon, un seguito. Un giorno scriverò un post in consulentese e lo linkerò qui). Pertanto si resta ad alto livello, senza approfondire troppo.
Forse la differenza principale con gli altri posti è tutta qui.
Tempo fa a Pavia passavo dal Ponte Coperto: ho perso il conto delle conversazioni e dei ricordi che ho in quella particolare zona della città e viene difficile immaginare un posto simile a Milano, ma soprattutto l’occasione per avere dei ricordi di quel genere.
In questo momento vedo un futuro bloccato all’executive summary e non ho ancora capito se la cosa mi piaccia o meno.

 

lodi tibb

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Veni, vidi, Vilnius

Anche questa volta dovrei cominciare lamentandomi di quanto poco spesso riesca a trovare il tempo per scrivere, in coerenza con i miei ultimi incipit. Però sto scrivendo di un viaggio del mese scorso circa e mi sembra un netto miglioramento rispetto ai sei e rotti impiegati per raccontare del Cammino (o rispetto all’inesistente resoconto della trasferta in Polonia) quindi va bene così.

È facilissimo immaginarmi felice in un aeroporto, zaino in spalla e biglietto di andata in tasca.
Ogni volta (anche se non si può ancora parlare di abitudine) oltre a una ben nota sensazione di benessere si manifesta anche una componente che sto imparando a identificare. Ogni volta mi rendo conto che era da “troppo tempo” che non mi sentivo così e ho l’enorme sospetto che sarebbe troppo anche se riuscissi, come mi auguro per l’immediato futuro, a ridurre drasticamente l’intervallo tra un viaggio e l’altro, che attualmente si aggira attorno ai tre mesi.
L’ultimo libro che ho letto, su consiglio di un’amica, è la storia tratta da una serie di nastri in cui un tossicodipendente ha raccontato a posteriori il suo viaggio nella tossicodipendenza, viaggio che si è espresso geograficamente dalla Francia fino a Katmandu.
Il libro in sé non lo consiglio, però mi ha insegnato tanti concetti sulla dipendenza, che è un concetto molto sottovalutato perché lo si associa erroneamente alle sostanze (fumo, alcool e droghe varie). Io non ho mai toccato nemmeno una sigaretta, figuriamoci le droghe in quanto tali, ma quando l’autore ha fermato la narrazione (per fortuna, dato che era parecchio traballante) per parlare dei tipi di droghe e degli effetti diversi che possono avere, le sensazioni descritte non mi sono sembrate affatto estranee.
Viaggiare quindi potrebbe essere identificata come una delle mie dipendenze, ne ha tutte le caratteristiche, e questo in un certo senso è il racconto della mia ultima dose.

Dato il mio labile concetto di casa, per approfittare del weekend lungo gentilmente concessoci dal calendario 2016 per Pasqua ho deciso di andare a trovare un’amica a Vilnius, Lituania, seguendo il principio secondo cui un posto mai visitato vale la pena di esser visto.
A Orio ci metto poco a identificare la mia fila per il check-in e quella del gate, mi basta cercare una percentuale di biondi e di bionde fuori dal comune.
Arrivo a Vilnius dopo qualche ora di volo e un improbabile scalo a Riga (valli a capire i motivi per cui allungando ho pagato meno). Da segnalare il fatto che per la prima volta in lustri non ho dormito dopo aver allacciato le cinture (penso che viaggiare più spesso, considerata la facilità con cui prendo sonno sui sedili di un aereo, gioverebbe anche al mio monte ore di sonno sempre carente). Il merito va tutto alla biografia di Andre Agassi, un librone – quello sì, consigliatissimo.
Che dire di questo viaggio? Potrei intortare le solite robe sull’italiano all’estero che fa un piatto di pasta con le melanzane e viene osservato con la stessa riverenza e ammirazione che riserveresti all’alchimista che ti sta spiegando con semplicità come trasformare il piombo in oro; potrei raccontare delle mie espressioni mentre provavo ad addentare delle orecchie di maiale fritte; o potrei perdermi in discorsi antropologici sulle differenze nord-sud, est-ovest, che in realtà sono solo un’applicazione con un orizzonte geografico più ampio dei soliti luoghi comuni terroni-polentoni che sorbisco (o che propino) da anni qui in Lombardia (su questo però una parentesi: So bene, è evidente, questa gente è diversa da noi, che partecipa in maniera diversa alla vita rispetto a noi, ma non riesco a non trovare del calore in quegli sguardi chiari, sereni e sorridenti. Solo, è un calore diverso)
Potrei dire dunque una lunga serie di cose, ma la prima controindicazione del lasciar passare tanto tempo per raccontare, è che a freddo questo genere di considerazioni valgono meno. Sono meno genuine e rischiano di diventare banali.
Sarebbe più sensato ai fini narrativi, riprendere una trama che avevo già cominciato raccontando il viaggio a Berlino, visto che c’erano alcuni dei protagonisti, ma non siamo ancora all’ultimo capitolo e pertanto è meglio aspettare.

Mi sembra più interessante riportare brevemente gli aspetti principali di questo viaggio.
Il primo è il discorso sulla dipendenza, l’aver compreso il mio rapporto da junkie col viaggiare e il cambiare sia caelum che animum.
Il secondo è una conversazione avvenuta a Vilnius, durante la quale mi è stato detto che voler cambiare posto così come il trovarsi/non trovarsi in una città dipenderebbe non dalla città in sé (io sono fermamente convinto che i luoghi abbiano un’anima e che è perfettamente normale che una città ti piaccia o non ti piaccia “a pelle”) ma dalle persone con cui vivi o che incontri durante la permanenza. È una prospettiva nuova, molto diversa dalla mia, ma che ritengo strutturata e pertanto degna di nota e di essere condivisa.
Il terzo: Uzupis. Si tratta di un quartiere di Vilnius “al di là del fiume”, molto caratteristico, dichiarato recentemente patrimonio dell’UNESCO e che qualche anno fa, tra il serio e il faceto (leggo adesso su Wikipedia che la festa dell’indipendenza cade l’1 di Aprile…), ha ben pensato di autoproclamarsi repubblica indipendente (come la foto in calce potrà testimoniare). La Repubblica ha una sua Costituzione, affissa su placche metalliche su un muro in tantissime lingue.

Riporto di seguito la versione italiana:

1 Ogni uomo ha diritto di vivere nei pressi del fiume Vinele e il fiume Vinele ha il diritto di scorrergli accanto
2 Ogni uomo ha diritto all’acqua calda, al riscaldamento d’inverno e a un tetto di tegole
3 Ogni uomo ha il diritto di morire – ma non è un dovere
4 Ogni uomo ha il diritto di commettere errori
5 Ogni uomo ha il diritto di essere unico
6 Ogni uomo ha il diritto di amare
7 Ogni uomo ha il diritto di non essere amato, ma non necessariamente
8 Ogni uomo ha il diritto di essere piccolo e sconosciuto
9 Ogni uomo ha il diritto di essere pigro e di oziare
10 Ogni uomo ha il diritto di amare un gatto e di prendersi cura di lui
11 Ogni uomo ha il diritto di prendersi cura di un cane, fino alla morte di uno dei due
12 Ogni cane ha il diritto di essere un cane
13 Un gatto non ha il dovere di amare il suo padrone, ma gli deve essere d’aiuto nei momenti difficili
14 A volte si ha il diritto di non conoscere i propri doveri
15 Ogni uomo ha il diritto di avere dei dubbi, ma non è un dovere
16 Ogni uomo ha il diritto di essere felice
17 Ogni uomo ha il diritto di essere infelice
18 Ogni uomo ha il diritto di tacere
19 Ogni uomo ha il diritto di credere
20 Nessuno ha il diritto di usare la violenza
21 Ogni uomo ha il diritto di essere consapevole della propria pochezza e della propria grandezza
22 Nessun uomo ha il diritto di pretendere l’eternità
23 Ogni uomo ha il diritto di capire
24 Ogni uomo ha il diritto di non capire nulla
25 Ogni uomo ha il diritto di appartenere alla nazionalità che vuole
26 Ogni uomo ha il diritto di celebrare o di non celebrare il proprio compleanno
27 Ogni uomo ha il dovere di ricordare il proprio nome
28 Ogni uomo può condividere ciò che ha
29 Nessun uomo può condividere ciò che non ha
30 Ogni uomo ha il diritto di avere fratelli, sorelle e genitori

31 Ogni uomo può essere libero
32 Ogni uomo è responsabile della propria libertà

33 Ogni uomo ha il diritto di piangere
34 Ogni uomo ha il diritto di essere frainteso
35 Nessun uomo ha il diritto di rendere colpevole il prossimo

36 Ogni uomo ha il diritto di essere sé stesso
37 Ogni uomo ha il diritto di non avere diritti
38 Ogni uomo ha il diritto di non avere paura
39 Non vincere
40 Non contrattaccare
41 Non arrenderti

E in men che non si dica ero di nuovo all’aeroporto.
È altrettanto facile vedermi triste in un aeroporto, quando l’unico biglietto che mi è rimasto in tasca è quello del ritorno. Lo zaino è un po’ più pieno (metaforicamente e non) e anche i ricordi sono di più, per qualche giorno starò meglio grazie all’aria nuova portata sempre da un posto dove si parla una lingua che non conosco e non capisco.

Durerà poco, lo so. Presto riaprirò Skycanner, comincerò a guardare il calendario con intenzioni edili (bugia: ho già segnato tutti i ponti possibili, a Dicembre, quando ho comprato l’agenda 2016), alla ricerca di altra aria nuova.

Ma ci ho fatto pace: viaggiare è una dipendenza oltre che un piacere.

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Se hace camino al andar

“Caminante, no hay Camino
Se hace Camino al andar”
Antonio Machado

Ho avuto bisogno di farmi risucchiare dal grigio lombardo, dai labirinti sotterranei in cui ci spingono come topi (sono sicuro che qualcuno dall’alto ci osserva e se la spassa, a vederci correre dietro a una metropolitana del cazzo); ho avuto bisogno di perdere il ricordo del sapore della salsedine e di tutte quelle sensazioni dello stare all’aria aperta che la vita di città tende a farti dimenticare; ho avuto bisogno di sentire questa vacanza brevissima lontana e remota come un sogno; di sentire la nostalgia, ma di sentirla quasi irreale, perché quando ero appena tornato, quando ancora avevo il tempo e la testa per fermarmi e raccontare questo viaggio, c’ero ancora troppo dentro.
Ma adesso eccomi qui, mesi dopo, ad annegare del grigio, sperando che prima o poi impari a nuotare perché l’alternativa non è un granché (si sa che l’annegamento non è che sia questa esperienza imperdibile).

Se si mischiano assieme le prime ferie pagate della mia vita, la voglia di fare un viaggio da solo, la voglia di muovermi dopo mesi seduto al pc o sul sedile di un treno, la voglia di vedere ancora Porto e il Portogallo (erano passati quasi due anni); e se si prova a concentrare tutti questi ingredienti in un arco temporale di due settimane, il Caminho Português verso Santiago non è affatto una soluzione azzardata. Me ne sono accorto parlando con gli altri pellegrini, quando mi chiedevano come mai avessi deciso di fare il cammino: mi sembrava che con queste premesse non ci fossero molte altre opzioni. Ma sono già troppo avanti, forse è meglio cominciare dall’inizio, da Porto.

PORTO
Questa vacanza inizia con dei saltelli. Di quelli che fanno i bambini quando sanno che andranno alle giostre (mi rendo conto mentre scrivo che probabilmente questa metafora è anacronistica) e di quelli che ho fatto io quando ho prenotato finalmente l’ostello (last minute, letteralmente: la mattina stessa del volo) realizzando finalmente, molto più che durante i preparativi, che stavo per partire.
Se ho capito una cosa su come sono fatto è che non ho abbastanza spazio per certe cose e quindi è facile che queste trabocchino fuori.
Dopo aver smesso di saltellare sono riuscito a prendere l’aereo ed ero di nuovo nella Cidade Invicta. Voltar…se dovessi spiegare il significato del termine “gioia” vi porterei all’aeroporto Sa Carneiro con me, questa volta (a differenza delle altre due) non mi ha accolto l’odore del mare, ma già dalle prime conversazioni della gente e soprattutto dal primo sentido-direction della speaker della metro ero di nuovo a casa. All’uscita del gate mi hanno dato una mappa della città, l’ho presa per cortesia e per rispondere obrigado, ma non l’ho mai usata.
Sono rimasto poco in città e ho cercato di prepararmi ai ritmi del cammino girandola il più possibile, c’era un’infinità di posti che mi erano mancati e che dovevo salutare. Il fascino decadente era ancora lì, i tossici del centro hanno cambiato la storiella con cui ti chiedono gli spicci (ma nao tenho moedas funziona ancora) e c’è sempre una quantità di case vuote esageratamente sproporzionata alla bellezza di questa città (ma perché nessuno ci vuole vivere? Io ci voglio vivere!) Quello che provo per Porto è difficile da esprimere, ho sempre detto che mi sento molto più a casa lì che a Milano, però la prima rivelazione di questo viaggio è stata che non è il mio posto. L’ho sentito di botto sulla spiaggia di Matosinhos ed elaborato durante il tramonto al Palacio de Cristal, uno dei più belli che abbia mai visto. Tempo fa dissi che avevo lasciato un pezzo del mio cuore a Porto, come l’infante Enrique il Navigatore, il cui corpo giace a Lisbona anche se la leggenda dice che abbia voluto che il suo cuore fosse lasciato a Porto. Nel mio caso, forse finalmente ritrovando la parte di me che avevo lasciato qui due anni fa sono riuscito a sentire meglio. Ho capito che la sensazione di sentirsi a casa non dipende dal luogo geografico ma da uno stato mentale che devo raggiungere per conto mio. A quel punto qualsiasi posto andrà bene, when you own the world you’re always home, dicevano i Queen of the stone age, diamogli fiducia.
Il prezzo di questa prima epifania è stato quantificato in una lunga serie di coltellate al cuore, che Porto mi ha inferto spietata come quella ex che rivedi dopo tempo e ti mozza il fiato un po’ perché è bella di per sé e un po’ perché ritiene giusto che tu sappia a che cosa hai rinunciato.
Non è il mio posto, ma lo amo: sarà il mio benchmark per quando valuterò seriamente l’idea di fermarmi da qualche parte.

BOM CAMINHO
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Il giorno dopo di buon mattino salgo fino alla cattedrale, scelgo la freccia gialla (seguendo quelle blu si arriva a Fatima) e inizio a camminare. Le strade dove mi perdevo tra le feste erasmus sono piene zeppe di frecce che due anni prima non avevo mai notato e in mezza giornata sono già lontano da Porto. Tutto comincia con l’eccitazione del raggiungere quasi di corsa la Ribera seguendo le frecce gialle tra i vicoli, per qualche minuto perdo la strada nel tratto cittadino prima di arrivare alla Rua do Cedofeita: sarà l’unico errore di percorso in un tragitto segnato benissimo fin dentro a Santiago. Davvero impossibile perdersi, nel tratto portoghese addirittura erano segnate con una x le strade da non prendere, qualora non fossero abbastanza le frecce. La prima impressione del viaggio, condivisa con una delle poche persone che ho sentito regolarmente in quelle settimane di pausa dal mondo è stata: sarebbe bello se anche la vita fosse così.
Ancora non posso saperlo, ma il primo sarà l’unico giorno veramente caldo di tutta la vacanza, mi costerà una fatica bestia e probabilmente un’insolazione (forse dopo 40 km sotto al sole è anche il minimo). La prima sera non la scorderò mai: febbre, incubi e il pensiero ricorrente che forse il giorno dopo tornerò a casa. Invece il giorno dopo mi alzo tardi e riparto.
La fatica, la mia cara vecchia amica degli allenamenti di quando facevo di tutto per evitare che un pallone varcasse una linea, si ripresenta in una forma nuova: lenta, costante e piena. Non è uno sforzo insostenibile, di quanto sei stanco te ne accorgi solo alla fine quando ti fermi tanto che per i primi due-tre giorni non sarò più in grado di muovermi una volta varcata la soglia dell’ostello, il terzo giorno ricordo di aver fatto la fila per registrarmi strisciando per terra mentre da seduto facevo stretching.
Detto questo, fin dai primi chilometri si dimostra all’altezza delle aspettative. Un sacco di tempo per me, senza il brusio di una città o dell’hard disk di un computer, vestito sempre leggero e con le occasioni sociali ridotte all’essenziale (antipasto dell’andare a vivere da solo). Il cammino ripropone all’infinito quelle classiche situazioni da incipit di barzelletta (ci sono un italiano un tedesco e uno spagnolo…) che avevo già sperimentato in erasmus, ma per strada non è maleducazione lasciare indietro (o lasciare andare) gente con cui hai chiacchierato per chilometri o con cui hai semplicemente camminato in silenzio per ore, si tratta di norme non scritte come l’augurare Bom caminho a tutte i pellegrini che incontri, lo stesso del resto fanno con te tutti i passanti. C’è comunque anche un lato sociale: il cammino azzera le distanze e la Superbock a fine giornata lubrifica confronti che oltrepassano l’età, la nazionalità e l’estrazione sociale. Ci sono gli studenti che si fanno la vacanza tra un esame e l’altro, gente che passa le ferie o che una volta andata in pensione decide di viaggiare un po’(Hans, manager bavarese in pensione, manda un solo messaggio alla moglie in Baviera con scritto la città in cui è arrivato) e le coppie – tenerissime, più grandi sono e più li invidi- che fanno il cammino assieme (ho incontrato un sacco di volte una coppia di francesi, ma il ricordo più nitido che ho di loro è quando li ho passati in una salita talmente ripida che si potevano usare le mani, sotto la pioggia).
Siamo tutti viaggiatori. È facile parlare per ore senza presentarsi, nemmeno quando ci si rincontra tra un ostello e l’altro (chissà per quante persone sarò stato “il siciliano”) ed è un’ottima occasione per ripassare le lingue, dall’inglese allo spagnolo, fino al portoghese (dopo un paio di giorni) con gli abitanti del luogo. Where are you from, de donde/onde eres/es, da dove vieni è la domanda più frequente, anche se a volte più che la nazionalità si intende da dove si è iniziato il cammino. Invece Dove vai? Che sarebbe una domanda molto importante da fare a una persona appena conosciuta, qui non si chiede mai perché tutti andiamo nello stesso posto. Ricordo che a quel tempo pensavo spesso che fossimo tanti adepti del faceless god di game of thrones, tanti jaq’en hagar con nessun’altra identità diversa dalle storie che avremmo raccontato. Viaggio da solo non è una cosa tanto difficile da sentire.

BUEN CAMINO
Il settimo giorno passo il confine, la notte prima avevo deciso di fermarmi con qualche chilometro di anticipo per evitare di entrare in Spagna e di fare la ultima cena portoghese. Si passa dalla SuperBock alla Estrella Galicia, da bom caminho a buen camino e a una lingua che conosco di più ma che mi piace meno, anche se mi tornerà molto utile in un paio di occasioni, soprattutto in un ostello dove la proprietaria era in crisi perché assalita da una comitiva di italiani nessuno dei quali parlava lo spagnolo, il che mi frutterà una lavata e un’asciugata del contenuto del mio zaino a condizioni di favore. La parte spagnola mi è piaciuta meno di quella portoghese, più che altro Santiago si avvicinava e le camminate mi pesavano sempre meno (ma come, proprio ora che mi sto abituando arrivo?). Però è in questo tratto che ho deciso di fare un pezzo di strada con le cuffie a palla, legando indissolubilmente due dei miei dischi preferiti con questa esperienza e riuscendo a guadagnarmi per la prima e l’ultima volta le attenzioni di un cane, spauracchio comune dei pellegrini, perché ad un certo punto in campagna mi ero messo a cantare ad alto volume come se fossi sotto la doccia e il 4zampe non avrà gradito la performance.
Quando sono arrivato è stato un misto di emozioni. La città in sé è abbastanza anonima, una qualsiasi città medio-grande che ti fa chiedere come mai abbia camminato così tanto per raggiungere una posto qualsiasi. Ma appena arrivi in cattedrale cambia tutto. La piazza davanti alla chiesa è sempre piena di gente, comitive, gruppetti, pellegrini, tutti più o meno stremati, tutti più o meno felici. Una frase comincia a prendere forma e ti chiedi quale sia mentre ti guardi spaesato, la frase cresce di volume e ad un certo punto arriva. Ricordo perfettamente il momento in cui entrato in chiesa mi inginocchio e finalmente riesco ad acchiappare quel retropensiero che mi trascino da mezz’ora. Dice un concetto abbastanza semplice: ce l’ho fatta.

HASTA FINISTERRE
Non ricordo nemmeno più quanti anni fa scrissi la prima volta su un quaderno “hasta finisterre”, ma avevo allungato molte tappe per lasciarmi abbastanza tempo per raggiungere anche questa località. È lì che si trova la vera fine del Cammino, dopo un periodo che va dai dieci giorni al mese di fatiche, te ne concedi altri tre per arrivare al faro, davanti all’oceano, guardare il tramonto e chiudere tutto con il rito catartico del falò.
Ho ripreso la strada con 3/5 della comitiva con cui andrò qualche mese dopo a Berlino. Lo spirito del gruppo era “abbiamo concluso questa grande faticata, adesso fermiamoci a bere una birra in tutti i bar sulla strada” e più o meno abbiamo fatto così per i tre giorni successivi. O meglio due, perché al terzo io ho proseguito verso Finisterre mentre Mike e Giuseppe sono andati prima a Muxia. Io sarei andato anche lì, ma dopo, solo che l’ultima notte a Finisterre coincide con la prima passata completamente all’addiaccio, così che deciderò di passare gli ultimi due giorni in panciolle, seguendo il consiglio di Mike che aveva bisogno di un day off e lo andava ripetendo in continuazione.
L’esperienza comunque si chiude alla grande, con un tramonto spettacolare sull’oceano, un falò dove lascio una maglia e un sacco di fogli di carta, e un cielo stellato incredibile che si dà il cambio con il sole, accompagnato dall’accendersi del faro. Negli ultimi due giorni avrò modo di riammirare il botafumeiro, un’incensiera immensa che quattro monaci fanno oscillare per tutta la volta della chiesa in un rito molto caratteristico e suggestivo (in tempi antichi venne studiato per compensare la puzza dei primi pellegrini che arrivavano dopo settimane di viaggio puzzando come capre). Avrò anche modo di constatare come il Cammino sia stato gentile con me e mi abbia concesso di terminare l’avventura senza pretendere un tributo molto alto. Questo lo penso mentre osservo la quantità di papole, gente con bendaggi vari a caviglie e ginocchia e l’aria stravolta. Per me è bastato un po’ di voltaren ma so bene che è stata solo fortuna

Ci sono tanti piccoli episodi che non scriverò qui, in parte perché preferisco tenerli per me e in parte perché il tempo lunghissimo che ho lasciato passare prima del resoconto del viaggio mi ha concesso di asciugare un po’ un testo che, già lo so, sarebbe stato due-tre volte più esteso se lo avessi scritto ad agosto o a settembre.
Il Cammino ha puntato il faro di Finisterre sui miei passi, illuminando la mia strada. Questo significa che adesso abbia un vago indizio sulla prossima destinazione? Neanche per idea, ma la strada è illuminata e a me non resta che muovermi

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Playlist

Nell’ultimo post dell’anno (o nel primo, quando scrivevo dopo capodanno) ho avuto spesso l’abitudine di tirare una linea, per guardare cosa ho concluso/combinato; mi è piaciuto anche fermare le mie impressioni da emigrato ad ogni ritorno da una “vacanza a casa mia” in Sicilia, soprattutto in questo blog che è stato cominciato a ridosso del mio trasferimento al nord.
Oggi ci sarebbe molto spazio in entrambe le direzioni, ma non ho voglia di mantenere questi schemi narrativi. Gli eventi principali del 2015 sono stati abbondantemente sviscerati o lo saranno presto in separata sede (devo ancora parlare del camino di Santiago e lo riscrivo per darmi un impegno/scadenza per la stesura del resoconto, anche se arriverà a quasi un anno dalla sua conclusione) e le mie impressioni sul tornare a casa vanno sempre più consolidandosi quindi non mi va di scaldare ancora una volta il brodo del siciliano trapiantato nella fredda e nebbiosa pianura padana.

Prenderò solo uno spunto dalla mia ultima trasferta in Sicilia, per usarlo come incipit per questo breve resoconto scritto un po’ dall’aeroporto in attesa della mia seconda gita in Polonia, un po’ a Breslavia e un po’ a Milano.
Il mio stereo – quello della mia stanza catanese con ormai 11 anni di onorato servizio alle spalle, quello che tante volte mi è mancato come un parente o un caro amico in questi anni di lontananza, quello del “Ciao vengo da Catania e di Catania mi manca soprattutto lo stereo di camera mia” delle mie prime presentazioni in quel di Pavia – è stato superato nelle prestazioni da uno degli ultimi regali che mi sono fatto nella terra dei longobardi. Attualmente l’impianto davvero minimal che mi aiuta nel mio appartamento a Milano (anche questa è una storia che verrà trattata in separata sede) rende meglio.
E questa per me è una piccola notizia, infatti la mia prima reazione a questa scoperta sonora è stata: ok, adesso non torno davvero più.

Qui ho parlato molto meno di musica, rispetto ai miei canoni alias rispetto a quanto ero fissato qualche anno fa, e il motivo risiede nel fatto che da quando ho lasciato la Sicilia il mio rapporto con lei è cambiato parecchio. Sia per ragioni logistiche (non avere uno stereo degno, non avere la possibilità di ascoltare decentemente cd e quindi ridurne il consumo), sia per ragioni organizzative, dato che adesso non è più tanto facile farsi una maratona con tutti i dischi di una band o stare qualche ora ad ascoltare musica senza fare niente altro. Il mio consumo di musica si è anche modificato da un punto di vista di scenario. Siamo passati dallo stereo a tutto volume della mia stanza e a quello della macchina a, in maniera quasi esclusiva, un ascolto tramite auricolari, per lo più quando vado a correre o quando vado/torno da lavoro.
In realtà mantengo ancora un rapporto abbastanza intimo con la musica, motivo per cui non ne parlo con chiunque e, per esempio, mi viene davvero difficile ascoltare della musica con qualcuno (figuriamoci i miei dischi preferiti), a meno che non sia qualcuno di estremamente fidato o con cui non sia solito disquisire dell’argomento in questione.
La musica è un importante valvola di sfogo, e un potente mezzo per staccare la spina e non impazzire o semplicemente per mettere a fuoco ciò che non si riesce a vedere bene (non solo i problemi, non buttiamoci giù, anche e soprattutto quelle cose per cui bisogna fermarsi a pensare). Tutti ne abbiamo bisogno e diciamo che in questo periodo, con inevitabili e per fortuna non troppo gravi ripercussioni sugli eventi, ho avuto poco tempo per questi hobby (tipo ascoltare musica, scrivere, o andare a correre) che ti aiutano a staccare la spina quando serve, o ad attaccarla bene per vederci meglio, e soprattutto a non scendere al mattino in metropolitana con un kalašnikov per provare a vincere con le cattive la mia personale e quotidiana battaglia contro il mondo.
Ho notato che quando sei giù o quando ti è successo qualcosa di brutto che non riesci a digerire si entra in un particolare stato di empatia per il quale tutte le canzoni ti parlano. E questo vale sia per quei gigioni che scrivono testi volutamente generici in cui chiunque si riconosce per il semplice motivo che chiunque li potrebbe scrivere, che per quelle volte in cui entri in connessione con testi specifici e ti ritrovi a empatizzare con situazioni palesemente distanti dalla tua condizione, tipo l’americano che scrive il blues triste per la sua tipa morta (??) o l’autore degli anni settanta che scrive una lettera a suo figlio. Questa particolare condizione di sensibilità potrebbe un giorno portarmi a fare la pace e accettare tutto quel genere musicale che al momento reputo merda, non nobile merda d’artista ma merda prodotta combinando quei due tre termini e quei due tre concetti fino alla nausea (se qualcuno vede dei velati riferimenti alla totalità del cantautorato italiano dal secondo/terzo disco in poi, o alla facilità con cui puoi trovare le parole cuore e amore in un qualsiasi testo dei Negramaro, tali riferimenti NON sono casuali). Sinceramente non credo sia questo il giorno.

Col passare del tempo si finisce per legare le canzoni che si ascoltano in questi momenti particolari con la fase della tua storia personale, ciò implica che una canzone che vorresti collegare alla tua ultima delusione potrebbe essere già occupata da un ricordo. Dico così perché un po’ di giorni fa mi sono reso conto che una canzone che mi stava struggendo lo aveva già fatto almeno altre due volte e ne sono rimasto molto infastidito.
Dal momento che la musica che ascolto tramite il lettore (negli ultimi tempi mi riferisco al mio cellulare) è più o meno la stessa da quando ne ho uno, eccezion fatta per aggiunte e aggiornamenti progressivi che seguivano le ultime uscite, ho deciso di fare un bel reset e di ripartire da zero con la playlist.

Si tratta di una sorta di trasloco, di un’uscita netta dalla mia confort zone musicale, di un restyling massivo del rifugio nel quale vado ad isolarmi. Un consulente direbbe a questo punto in consulentese Dov’è il So what di tutto questo? Si tratta di una notizia rilevante?
Probabilmente no, ma nel mio modo di vedere le cose è un modo abbastanza aggressivo di cambiare le cose. Non che stiano andando male, ma possono ancora andare meglio.

 

musica in vena

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Danke schön, bitte schön

Mi fa un po’ sorridere il fatto che stia cominciando a raccontare i pochi giorni in Germania prima ancora di aver riportato qualche impressione del viaggio precedente. Ho accumulato un backlog significativo negli ultimi mesi e ciò si riflette anche sul blog, ma poiché conto di recuperare a breve, meglio scrivere ora di questa avventura, con i ricordi freschi.
Comunque le due esperienze sono collegate, infatti questo viaggio è strettamente connesso al Cammino, dal momento che tutti i partecipanti erano pellegrini assieme a me in estate. Si è trattato di un’ottima occasione per chiudere il cerchio, se mai ne fosse rimasto aperto qualcuno, e per dare una definizione migliore a quei concetti che cercavo di mettere a fuoco camminando. O almeno la pensavo così a Bergamo, prima di prendere il sesto aereo dei dieci totali di quest’anno solare (lo scrivo perché è l’obiettivo che l’anno prossimo devo superare) e devo dire che un po’ di cose le ho capite.

Il gruppo era costituito dalla classica situazione dell’incipit di una barzelletta, già conosciuta in erasmus: “ci sono due italiani, uno scozzese, una lituana e un’austriaca”. Tutta gente che conoscevo pochissimo, ma con la quale ho parecchio in comune dal momento che ognuno di noi ha affrontato da solo il cammino. Viaggiatori, per definirli in una parola sola, gente che spesso è stata nel prossimo posto dove vorresti andare, gente che probabilmente si sente come me quando va in un aeroporto, o in un posto nuovo, o inizia a preparare la valigia per la prossima meta.
La città mi è piaciuta molto, sia per come si vive che per quello che ho visto. Sono stato al muro, ovviamente, e poi ad Alexanderplatz, alla porta di Brandeburgo e al Memoriale della seconda guerra mondiale lì vicino (l’ho visto di notte, ed è un’esperienza da ripetere), abbiamo esplorato il quartiere di Kreuzberg in un giorno in cui qualcuno di noi ha avuto la magnifica pensata di noleggiare delle bici. L’unico aspetto negativo è che la città non mi ha lasciato un’impressione netta, ma non solo per il poco tempo che vi ho trascorso; Torino o la Polonia, per fare degli esempi al volo, mi hanno lasciato delle impressioni fortissime in molto meno tempo. Dovrò sicuramente tornare sia a Berlino che in Germania per capire.

Vorrei tornare alle cose che ho capito perché sono quelle che mi hanno portato sul foglio.
Ho capito che quella con lo zaino in spalla o la valigia in mano è una parte di me da nutrire, una parte che ho identificato e che riconosco ogni volta che vado via. Nelle note che prendevo durante il cammino, scrissi così nel passaggio del confine dal Portogallo alla Spagna “devo varcare più spesso i confini, cambiare lingua (la gente per strada, la tele, i cartelli) fa bene al cervello e non lo devo dimenticare”.
Ho capito che c’è una determinata categoria di persone con l’aria sognante e distratta che mi rende un tredicenne incapace. Si tratta di gente con la testa sempre un po’ da un’altra parte, non esattamente presente, pensandoci è abbastanza probabile incontrare persone del genere tra i viaggiatori. C’è una parte di me che è così e fiuta i suoi simili come farebbe uno squalo con una parte di sangue in centinaia di migliaia di parti d’acqua di mare; mentre l’altra parte più pragmatica e concreta, in quanto opposta, viene attratta irrimediabilmente ogni volta. Ed ogni volta è una buffa vicenda, poiché mi trovo diviso tra il desiderio di attirare quell’attenzione così difficile da acchiappare e una sorta di sindrome di Stendhal che me la fa contemplare senza produrre risultati concreti. Ho scritto capitoli importantissimi del manuale “come non approcciare una ragazza”, quasi tutti con queste persone qui. Vorrei raccontare l’ultimo ma mi riesce difficile ambientarlo un po’ per il contesto non adatto ad uno stomaco debole e un po’ perché di solito non sono così tremendamente impacciato e quindi non so se la cosa faccia ridere o meno. E ho capito anche che siccome mi piacerebbe essere un po’ più concreto come persona, forse è il caso che queste infatuazioni restino tali.
Ho capito che la mia capacità di recitare è ai minimi storici; che in questi ultimi anni si è sgretolata quasi del tutto una facciata che credevo di avere anche se forse non c’è mai stata; che troppo spesso sono trasparente quando non penso di esserlo e gente che mi conosce appena riesce a notare dei lati di me che credevo di non mostrare.
È un po’ come andare in giro nudi. Vorrei riuscire a vedere il lato positivo e pensare che tutta questa trasparenza è sinonimo di autenticità, ma non riesco a liberarmi dalla lucida e sgradevole sensazione che ho in certi giorni quando mi sembra che questa trasparenza significa solo che io sto scomparendo.
Ho capito che avevo bisogno dell’entusiasmo che mi prende ogni volta che preparo una valigia, della gioia pura di quando entro in un aeroporto, ma anche della malinconia dolce-amara dell’ultimo giorno del viaggio; avevo bisogno di prendere una pausa anche breve dai miei ritmi, sebbene abbia cambiato casa da due settimane e quindi ci sia stato già quantomeno un mutamento di scenario; avevo bisogno di immaginare come sarebbe vivere nel posto che sto visitando e mettere le basi per ragionarci su in maniera un po’ più concreta; avevo bisogno di tornare a “casa” e di dovermi trattenere dal dire “grazie” “mi scusi” e “permesso” in un’altra lingua.
Il tedesco, come ho detto spesso con poco tatto e molta franchezza alla ragazza austriaca del gruppo, è una lingua quasi cacofonica, eppure per tutto il primo giorno del rientro è stato come dopo l’erasmus o un altro dei viaggi fuori, e dovevo sforzarmi per non dire in metro “Danke schön” e “bitte schön”.

 

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Pavia, sei mia

 

Inizio l’ultima infornata di pavesini della mia vita.
Avrei voluto scrivere durante l’ultima notte a Pavia, o nella prima notte a Milano nella casa nuova, vivo qui da qualche giorno e al solito mio ho bisogno di un po’ di tempo per rendermi conto delle cose che mi succedono.

Una prima ragione di questo addio tardivo è che il trasloco è avvenuto a puntate. Non potendo prendere altri giorni di ferie dopo il “falso allarme” di Luglio (causa trasloco saltato a una settimana dalla firma), ho preferito fare tutto in qualche sera, con l’aiuto di un paio di anime pie che hanno lasciato in un paio di occasioni che gli riempissi la macchina.
La gente di solito prende dei giorni di ferie per fare tutto con calma. “La gente”, “di solito”, “con calma”, appunto. Non c’è nessuna punta di orgoglio o falsa modestia, evidentemente dovevo smentire la superstizione delle mie zone (ma da dove verrà mai?) secondo la quale non si trasloca ad Agosto e a Novembre. Su Agosto avevano tutti ragione, su Novembre per fortuna un po’ meno.
Una seconda ragione di questo addio tardivo è che in realtà Pavia l’ho salutata già tempo fa, il fatto che vivessi ancora lì era solo un errore nello spazio-tempo. La prima volta le ho detto addio quando sono andato a vivere a Porto (era proprio un addio, io non volevo tornare più) e la seconda volta invece è stata quando ho iniziato a lavorare a Milano e Pavia è diventato quel posto lontano dal quale dovevo partire la mattina presto (oh che goduria quest’ora in più di sonno) e al quale dovevo tornare molto più tardi la sera.
La magia dell’essere indipendente è svanita durante i mesi tra la laurea e il lavoro, logorata dall’attesa; la vita universitaria e quel turbinare di storie simili più o meno alla mia sono svanite pian piano quando ho smesso di uscire durante la settimana, quando in giro per il centro conoscevo solo le matricole di quando mi stavo per laureare o gli amici più piccoli di altri miei amici; e il senso di soddisfazione e di conforto che mi dava guardare le quattro mura che mi circondavano è andato scemando quando ho cominciato a cambiare una casa ogni due mesi o quando ho dormito in una stanza che non ho mai abitato davvero.

Sono sempre stato di passaggio a Pavia, l’ho sempre saputo, ma non l’ho mai percepito tanto chiaramente come nell’ ultimo anno.
Il distacco è stato naturale e preannunciato e finora per nulla traumatico. Mi dispiace allontanarmi da quella che è stata la mia famiglia in questi ultimi quattro anni, ma il lavoro aveva già cominciato a ridurre le frequenze delle uscite e delle serate, preparandoci tutti. Sicuramente ci sono 5-6 persone con le quali condividerò le prossime gioie, sti gran cazzi per la distanza. Ci metto 40 minuti ad arrivare in stazione a Pavia e prima ce ne volevano 15 a piedi per andare in centro. E poi ho già lasciato lontano (fisicamente) 25 anni della mia vita, qualche tempo fa, non potevo certo farmi paranoie per 4.

Il punto è che per me casa non è un luogo fisico ma uno stato mentale, un concetto, una sensazione che inseguo da tempo, e non solo attraverso spostamenti geografici.
Non ho ancora ben realizzato che dopo anni di peripezie ho concluso un altro lunghissimo inseguimento. Un altro segnale di spunta nelle lista delle cose da fare. Ho cominciato a capire cosa stesse succedendo quando mi trovavo a dire “stasera dormo a casa nuova”, “domani devo andare a prendere le cose a casa vecchia”.
Se chiudo gli occhi e penso alla parola “casa” in questo momento vedo la stessa scena di quando li tengo aperti. Può sembrare banale, ma considerata la mia cronica tendenza a sentirmi fuori posto non lo è.
Dovevo eliminare le scuse: volevo andare via, volevo andare a studiare fuori, volevo vivere all’estero per un po’, volevo essere indipendente e volevo starmene per conto mio. Volevo tutte queste cose da quando ho iniziato a preparare la mia partenza dalla Sicilia (parliamo di un po’ di mesi prima di quando effettivamente ho preso l’aereo), ci ho messo un po’ ma eccomi qui.
Volevo arrivare a questo punto e vedere cosa sarebbe successo e cosa mi sarebbe venuto in mente di fare una volta eliminate quelle quattro o cinque tare che mi porto appresso. Sono a buon punto, dovrei ricordarlo più spesso quando vedo tutto nero, ed è quasi il momento di stare a vedere. Anche perché nella lista che scrissi 4 anni fa e qualcosa ci sono ancora delle voci da spuntare, più alcune che ho aggiunto strada facendo.

Pavia è quella persona con cui hai trascorso tanto di quel tempo che può dire di averti visto crescere e cambiare, che può dire di averti conosciuto; è una storia d’amore che finisce senza rancore, insulti e paranoie (un’utopia irraggiungibile quindi, considerata la mia storia personale), senza quella voglia tutta mia di voler cancellare tutto scomponendo il dolore in parti piccolissime, infinitesimali, nell’assurdo tentativo di renderlo abbastanza semplice da essere compreso e quindi superato e, mal che vada, di distruggerlo. Pavia è un capitolo necessario e importante, nel chiudersi non lascia alcuna malinconia, era una fase che doveva portarmi da qualche parte, proprio dove sono adesso.

Io sono esattamente dove devo essere e vorrei potermene accorgere altrettanto facilmente anche nelle transizioni più dolorose.

pavia sei mia

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