Scrivermi via le cose

Mi è sempre piaciuto inventare storie brevi, partire da un evento e in un pomeriggio al massimo cavarne fuori un racconto. Nel blog precedente a questo la chiamavo fantastigrafiariscrivere il finale delle cose che mi accadevano.
Era un gesto che mi curava, che mi allontanava, perché nelle storie che scrivi sei Dio e se un personaggio sta male è perché lo hai deciso tu, se gli va male è perché vuoi che sia così.
Piano piano ho cominciato a inventare anche il resto, fino ad arrivare alla trama intera. Degli eventi che volevo esorcizzare restava solo qualche frammento, qualche battuta, poco più della morale della favola. Svanito ogni controllo sul finale a condizione che la storia filasse, l‘onnipotenza inchinata al cospetto del patto narrativo.
Ne vengono fuori storie più lunghe, il processo adesso è più lento e faticoso, e mi salva ancora.

In questa pagina raccoglierò delle storie che normalmente spezzo in più parti.
L’incipit, idealmente, è sempre lo stesso:

“Non riesco a immaginare il termine “pulito”, non lo vedo. 
Non vedo l’acqua che porta via dei segni.  Figuriamoci il tempo, a lui nemmeno credo.
Però un segno lo posso coprire, riesco a vedermi scriverci sopra, o accanto, o attorno. Penso “pulito” e vedo le mani nere di inchiostro.
Ecco, forse ho messo a fuoco
Scrivermi via le cose…si può dire?”