Abort mission

Se avessi voluto realizzare una presentazione sul primo quarter del mio 2017, l’elenco puntato dell’executive summary sarebbe stato esaustivo con i due seguenti bullet:

  • Faccio la spola tra Milano e Modena
  • Sto preparando una maratona

Questo era più o meno tutto fino alla fine di Marzo. In seguito per motivi diversi entrambi i fattori sono venuti meno, aprendo quasi senza preavviso una serie di interrogativi. Come al solito.
Forse è per questo che per la prima volta nella mia vita non scoppiavo di gioia e di salute nella zona partenze di un aeroporto il 22 Aprile, quando ho cominciato a pensare a queste parole.
Sentirmi un bimbo felice in un aeroporto è una delle poche certezze della vita e l’assenza di questa sensazione mi ha fatto pensare per la prima volta che forse anche a me tocca o toccherà invecchiare. Probabilmente però si è trattato solo un ammasso di pensieri che ha fatto da embolo per la circolazione delle mie sensazioni solite, perché una volta arrivato a Bucarest la mia curiosità e il mio entusiasmo erano al loro posto di sempre.

București
Non c’è molto di avventuroso in questo primo viaggio: si trattava in realtà una piccola riunione Erasmus che avevo organizzato in tempi non sospetti quando ero preso dalla noia a Modena, quindi ero con amici e ospite da amici. Il caso ha voluto che il periodo scelto coincidesse con il matrimonio civile di uno di loro (che si è sposato in chiesa qualche giorno fa).
Una doppia soddisfazione: rivedersi dopo tanto tempo e proprio in un momento così importante. Come tutti anche io ho degli amici sposati, ma non credo sia tanto frequente vedere il posto dove un tuo caro amico ha chiesto la mano alla fidanzata.
Grazie a questo breve soggiorno rumeno ho potuto riprendere confidenza con una parte di me che vive ogni volta che scendo da un aereo e che si spegne ogni volta che il viaggio finisce, in particolare con quella parte che probabilmente resterà per sempre a Porto o con le persone di Porto.
Della città invece, non ricordo tantissimo. Ho visto un po’ il centro (principalmente il palazzo del popolo) quando siamo andati a festeggiare la prima sera alla Città Vecchia, il secondo giorno lo abbiamo serenamente dedicato all’hangover e così io e il mio ex coinquilino tedesco abbiamo passato l’ultimo giorno a camminare senza sosta per cercare di vedere il più possibile. E se a piedi riesci a vedere più o meno tutto il centro storico, è in macchina che ti accorgi di quanto immensa e caotica sia questa città. E non sono tanto il traffico (tra Milano e Catania io sono stato già abituato bene), le code o i parcheggi creativi a rendere l’idea quanto i cavi della luce (cliccando si può dare un’occhiata su google per credere): una ragnatela che circonda entrambi i lati di quasi tutte le strade e che non puoi fare a meno di guardare rapito.
Quanto ai posti, al di là degli edifici storici e dei due giganteschi parchi che abbiamo avuto modo di vedere (l’Herastrau e, credo, il Ioan Cuza) mi sento di segnalare due must see:

  • Il Palazzo del Parlamento, formerly known as Casa del popolo (Casa Poporului) un edificio troppo grande per entrare in un solo colpo d’occhio. Su internet si trovano tantissime informazioni su questa struttura, molte delle quali incredibili, e quindi riporto solo ciò che ho sentito mentre ero lì: al suo interno ha una specie di metropolitana (si estende verso il basso sottoterra quanto e più che in altezza) e ci sono talmente tante stanze e saloni che di molte non sanno cosa farsene.
    Ogni volta che lo guardavo immaginavo storie su Ceaușescu: lo vedevo dare sempre lo stesso giudizio sulle bozze degli architetti ( “Lo voglio più grande! Più Grande!!!”) oppure lo vedevo apprezzare una riproduzione in scala 1:1000 e poi chiedere con la massima calma di aggiungere giusto due o tre zeri e di proseguire.
    Consiglio di andare a vederlo per avere un riferimento mentale per il termine “grande”.
  • Eroilor-Cotroceni, qui metto solo la zona della città perché non sono riuscito a trovare il nome del palazzo.
    Mi hanno detto che era una radio, un museo, un palazzo istituzionale che poi doveva diventare un centro commerciale, forse un museo dell’architettura. La sostanza è che c’è questo palazzo che non si riesce a capire se è costruito a metà o mezzo distrutto, che per dimensioni e maestosità potrebbe essere un tribunale o un parlamento (scherzando abbiamo pensato che fosse la versione in brutta della Casa del Popolo in centro) e che ha fatto andare fuori giri per un paio d’ore la mia fantasia. Qualcuno mi dica che cos’era, qualcuno ne parli, io DEVO sapere questa storia.

Gent/Bruxelles
Nemmeno una settimana dopo ero di nuovo su un aereo. E se questa volta, nonostante la levataccia (la sequenza precisa è: sveglia che non suona- bestemmia – levataccia – corsa all’alba verso l’aeroporto), tutte le sensazioni pre-partenza erano al loro posto, non sono mai stato tanto vicino a rinunciare a un viaggio.
Avevo fatto questo biglietto in un momento di noia, qualche giorno dopo aver preso i biglietti per Bucarest, e fino alla notte prima di partire non sapevo in quale parte del Belgio avrei diretto i miei passi.
Sebbene tornando da Bucarest avessi annotato su un foglio “Bruxelles dovrà essere pianificata un po’ meglio” in Italia non avevo organizzato nulla e alla fine si trattava di un viaggio ad altissimo tasso di improvvisazione, che pertanto poteva riuscire come fallire miseramente.
Sto consolidando l’idea (suggeritami a Vilnius) che l’impressione che hai dei posti dipenda moltissimo dalle persone che incontri e questo aumenta la grandezza della x quando si viaggia da soli. Però, alla fine, ho rischiato.
Il primo premio mi è stato consegnato già sull’areo in partenza. Grazie alla signora Cristina sono stato testimone di una scena che pensavo esistesse solo nei film: si chiude il portellone, l’aereo si allontana a marcia indietro per dirigersi verso la pista e una signora si alza e candidamente dice Devo scendere.
A nulla sono servite le rassicurazioni di un’amica, che è partita lo stesso, e del marito che invece è rimasto a terra; forse l’offerta delle persone in prima fila (dove c’è un po’ più di spazio) di cambiarsi di posto è arrivata un po’ troppo tardi, una volta che fermano l’aereo e riaprono il portellone non è che ti fanno salire e poi riscendere. La signora Cristina è scesa giù. Ovunque tu sia, sappi che io voglio bene a te e ai tuoi attacchi di panico.
Il secondo premio è stata Gent, città scelta all’ultimo minuto a scapito di Bruges e che si è rivelata meravigliosa. Mai viste tante biciclette in vita mia, una città a misura d’uomo con un centro storico turistico ma non caotico, una periferia tranquilla ed accogliente. Finalmente zaino in spalla e naso all’insù, soprattutto per ammirare le incredibili vetrate delle chiese, come piace a me.
Da questo mio azzardo ho ricevuto tanti altri premi:
– una città di cui avevo sentito parlare solo per qualche squadra sconosciuta dei preliminari di coppa uefa che si rivela piena di vita, di locali e di cose da vedere
– un’ospite favolosa, trovata la sera prima di partire su couchsurfing, con cui sono tornato a casa in bicicletta (in due, ubriaco e con le ruote sgonfie, altro che Liegi Bastogne Liegi)
– una batteria che si scarica proprio mentre stavo scrivendo un delirio che non ha mai più visto la luce (stavo continuando su carta ma poi è arrivata la mia amica e abbiamo preferito la birra, giusto per onorare uno dei prodotti d’esportazione del Belgio)
– un locale in cui hanno chiesto una delle mie scarpe (anche qui, vedere per credere) come caparra per evitare che rubassi il bicchiere e in nel quale in mezz’ora ho conosciuto una mezza dozzina di persone di tre nazioni diverse
– una festa erasmus (sempre tramite couchsurf) assolutamente a caso in cui ho sentito despacito e il termine tinder ben oltre i miei livelli di tolleranza ma che alla fine si è rivelata un successone

E così il giorno successivo, dopo aver dormito in un ostello che era un barcone sul fiume, sono partito per Bruxelles. Nei miei piani l’avevo quasi del tutto tralasciata perché mi avevano detto che oltre al mennneken pis (una statua minuscola di un bimbo che piscia, in memoria di un bimbo che spense una miccia con la minchia in tempi di guerra) e a qualche palazzone ci fosse poco da vedere. E invece ancora girando a caso ho trovato moltissimi posti interessanti, incontrato amici italiani che non sapevo fossero lì, e soprattutto una mostra di Steve McCurry, tanto non pianificata quanto da vedere.
Alla fine della giornata, quando mi serviva una connessione per capire come raggiungere l’aeroporto, mi ero perso nei pressi degli uffici dell’Unione Europea. Sono stato salvato da un cameriere di un bar che mi ha concesso al modico prezzo di una birra di capire che strada prendere, ma presto salterà fuori che era italiano anche lui e quindi la seconda sarà gratis.

Posso dire che ho raggiunto gli obiettivi che mi spingono a riempire uno zaino e a partire un po’ a caso: ho fatto un bel reset cerebrale grazie a lingue che non conosco (francese e dutch) e ricaricato le batterie stancandomi a girare per posti nuovi.

Quando sono tornato effettivamente sono uscito un po’ da quello stallo in cui mi trovavo. Maggio al solito suo è volato, anche se senza i botti degli altri anni, e penso di essermi dilungato sufficientemente: tornerò spero presto a ragionare sul mese appena trascorso e sul prossimo viaggio in programma (dopodomani).

DSC_0294[1].JPG

(nella foto della sobria arte-sacra-fluo in mostra in una chiesa di Bruxelles)

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